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  • Immagine del redattoreSilvio Mancinelli

Lavori che stanno sparendo: il dj


La società e la tecnologia sono due elementi che cambiano nel corso del tempo. Anche alcuni lavori cambiano o spariscono e non saranno mai più come prima. Un esempio è il dj, persona che nei tempi andati era stato un fulcro per la diffusione di alcuni generi musicali come la disco e il rap. Vi propongo l'estratto di un articolo preso dalla Nuova Ferrara.

Partiamo dal dj. Era un mestiere nato diciamo non per tutti e per un paio di motivi. Il costo della musica il primo. Un dj doveva spendere almeno 800. 000 lire al mese per ritenersi tale e adeguato con i tempi. Inizialmente e sino a fine’80 erano i locali a comprare i vinili. Poi passò a essere un onere a carico del dj. Logico che questo escludeva gran parte di chi volesse approcciarsi al mestiere anche solo come hobby. Nessuno era in grado di far serata senza avere un paio di “cubi” di musica nuova. Quindi nessun improvvisato poteva fare serata. Gli “scalzacani” non mancavano ma per una maggiore attenzione alla qualità della musica e della tecnica venivano relegati ai locali di periferia, salvo estinguersi da soli. Inoltre al dj veniva giocoforza richiesta una capacità minima di conoscenza della musica: non potevi sbagliare molti titoli e la selezione era fondamentale, specie se non avevi grosse coperture economiche. Ruolo fondamentale era quello del negoziante di dischi, vero termometro della tendenza musicale che dava al dj consigli e indirizzi. Il cambio Con l’avvento del formato mp3 e della musica gratis per tutti all’inizio del nuovo millennio, la professione del dj perde di ogni contenuto. Di colpo tutti sono dj, tutti possono avere musica senza spendere un euro. Chiunque senza un background musicale diventa comunque dj: il vicino di casa, l’amico gommista, la velina di turno, il calciatore, il tronista... tutti. Il cliente diventa dj in questo ribaltamento dei ruoli che aveva funzionato per trent’anni buoni ma a inizio anni 2000 non più. Tutti possono dichiararsi dj e tutti quindi si proclamano discoteche: i bar diventano disco bar, i ristoranti diventano ristoteche, i Bagni al mare diventano polo di attrazione estiva con ingresso gratuito e bevande a buon mercato. E anche le piazze diventano disco all’aria aperta. La diffusione della musica da ballo a livello capillare però, anziché diffondere cultura musicale la distrugge, radendo al suolo in pochi anni l’intero mondo dell’intrattenimento e delle discoteche in Italia. Musica e ballo non sono più ritenuti importanti, di conseguenza il dj diventa inutile nel suo valore aggiunto. Concludo quindi rispondendo definitivamente alla prima domanda: ma il dj? Il dj così come inteso nella figura nata a inizio anni ’70 non esiste più da tempo. Esiste il dj pulmino o amico degli spaccini nella figura giovane. Esiste il vecchio dj che cerca di portare a casa la pagnotta in un mondo che non è più il suo, suonando in ristoranti, fiere, bar, aperitivi fino ai matrimoni, insomma dove trova. È in estinzione anche il dj produttore, visto che alla fine oggi tutti possono essere produttori. Esiste il dj vip: i personaggi social o televisivi diventano dj perché l’ospitata semplice non paga più. Esiste poi il dj star, che ha pretese da rockstar e viene pagato anche 70/80.000 euro per suonare musica mediocre e senza senso (spesso elettronica e techno) che chiunque potrebbe fare. Il senza senso è dato semplicemente dal fatto che nessuno ricorda un pezzo della scaletta (salvo il ceffo di turno che chiede sul video track id?); emozioni date unicamente dallo stordimento da droghe e alcolici. Insomma, cifre assurde per una persona che mette due ore di brani suonati da una chiavetta sono un abominio e il frutto della morte cerebrale della musica intesa come divertimento e ballo, quindi un evento socialmente aggregante e culturalmente segnante. Il dj è morto, lunga vita al dj!





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