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  • Immagine del redattoreSilvio Mancinelli

Due chiacchiere con Federico Guglielmi


Sono contento quando qualcuno risponde alle mie domande per questo blog. Per questo ringrazio Federico, che non ha bisogno di presentazioni, che ha trovato il tempo per rispondere a queste domande.


Ciao Federico qualche tempo fa ho letto articoli sulla fase di estinzione del DJ. Credo che però anche il giornalista musicale non se la passi bene. Come è cambiato il vostro ruolo nel corso del tempo?

Sul “come è cambiato” ci vorrebbe un libro, direi, e non un libretto bensì un librone. Cercando di sintetizzare, e non uscendo dalla mia esperienza personale, dal 1979 in cui ho pubblicato il mio primo articolo fino ai primi anni 2000, tutto ha funzionato a grandi linee nella stessa maniera, a parte il fondamentale passaggio dalla macchina da scrivere al computer che, logicamente, ha avuto un suo peso non solo pratico ma anche per così dire concettuale. In seguito, la rivoluzione portata da Internet ha cambiato totalmente le carte in tavola e la mia professione è stata distrutta. In Rete si trova qualsiasi cosa gratis, e quindi per quale ragione si dovrebbero acquistare le riviste? Tu mi dirai, “beh, ma i siti sono l’equivalente moderno delle riviste”, e su questo potrei essere d’accordo, ma l’enorme quantità di luoghi virtuali dove ci si occupa di musica - compresi YouTube e i vari social - creano dispersione e confusione. Schiere di persone scrivono per passione, per hobby, e i professionisti del settore ne sono naturalmente danneggiati: quanti sono, in Italia, i siti di musica che pagano chi ci scrive sopra? Pochi, pochissimi. Aggiungi anche che la possibilità di ascoltare gratis più o meno qualsiasi cosa ha portato un sacco di gente a pensare “ma che bisogno ho di leggere di musica, quando posso orientarmi da solo?”. Insomma, il mio lavoro è ormai squalificato: siamo letti meno, siamo considerati meno e siamo pagati meno, ed è piuttosto avvilente.


Siccome è un lavoro, secondo te un giovane ha la possibilità di campare con questo lavoro?

Forse uno su mille di quelli che ci provano, se è abbastanza smaliziato e impermeabile alle troppe storture del sistema con le quali è costretto a confrontarsi, può sopravviverci. Ma uno su mille, forse. Tutti gli altri sono condannati a un perenne, umiliante arrangiarsi, mettendosi in tasca due sì e no due spiccioli ed essendo quindi obbligati ad avere una prima attività realmente remunerativa. Peccato che quanti si prestano a questo precariato di fatto rovinino la piazza ai professionisti: per la maledetta “visibilità” decantata da chi li sfrutta, per quella passione per la musica che in realtà è solo passione per vedere il proprio nome scritto da qualche parte, per mera illusione di potere presto o tardi “svoltare”.


Ultimamente, sul tuo blog, hai dedicato articoli a notizie strane presenti su Internet, come per esempio il legame tra il Perù e il punk oppure la strage di Bologna e Balla balla ballerino di Lucio Dalla. Come nascono queste notizie?

Direi che, nella stragrande maggioranza, sono figlie di due abomini, che possono marciare assieme o separati. Uno è la superficialità, mista spesso a ignoranza, con cui tanti affrontano lo scrivere; non sanno documentarsi, non sanno filtrare le fonti e, per lo più, riprendono quello che trovano scritto in Rete - e a volte lo scrivono pure su wikipedia - dando per scontato che sia vero o non ponendosi il problema se lo sia o no. Un altro è quella che io chiamo “fenomenite”, cioè la tendenza di molti pseudo-giornalisti - di solito “nati” con il Web - di elaborare teorie più o meno bislacche che nessuno prima aveva formulato perché prive di basi e di senso: gente talmente piena di sé da credere di essere così brillante da aver capito quello che nessun altro aveva capito prima; e/o talmente frivola nell’animo da non curarsi del fatto che le loro riflessioni potrebbero generare leggende metropolitane; e/o scientemente determinata a “spararle grosse” perché così ci si fa notare.


I ragazzi di oggi si orientano su generi musicali diversi rispetto a quelli degli anni ‘90. Alcuni si rivolgono al rap altri a un pop molto ingenuo. Se la musica è anche una valvola di sfogo per una generazione, quale nuova musica risponde alle esigenze dei ventenni?

Credo sia errato generalizzare parlando di “ventenni” come se fossero una categoria compatta, perché ci sono ventenni e ventenni. Se però parliamo di tendenze generali, quelle che vanno per la maggiore, la risposta è semplice: il rap, la trap, il pop più o meno plastificato… tutti stili, con testi raramente di spessore, che riflettono il quotidiano della fetta più ampia di pubblico giovane; un pubblico che si trova a vivere in un mondo di social, di influencer, di ricerca spasmodica del “successo” a qualunque costo. Poi, lo ribadisco, non si può generalizzare, ma il dato di fatto è che nelle classifiche dello streaming - i dischi fisici comprati sono un’altra cosa, minoritaria - ci trovi Fedez e Sfera Ebbasta, mica Assalti Frontali.


Pubblichi ogni tante le tue vecchie scalette musicali. La cosa che mi ha colpito è l’orario, praticamente la notte. Come mai una certa musica è confinata sempre in orari poco decenti? Negli anni ‘70 la Rai portava in tv anche le band prog italiane, ora invece il tutto è affidato alle cover nazionalpopolari proposte da Carlo Conti. È come se la musica, quella che piace a noi, sia di serie B. Quando avrà un giusto riconoscimento?

Me lo chiedo da mezzo secolo, cioè da quando mi interesso in modo serio di musica. Quello che piace a noi, appunto, non è nazionalpopolare, e quindi - con occasionali eccezioni - può avere solo spazi “nascosti”. Mi intristisco al pensiero che questo discorso si faceva già negli anni ’80 e ‘90, quando a RadioRai c’erano programmi come Stereodrome e Planet Rock in cui, tutte le sere dalle 21 alle 24, si poteva ascoltare ben altro rispetto a quello che si ascolta oggi. Rispetto alla TV… beh, negli anni ’70 non è che le band prog italiane si vedessero così tanto, eh… e negli anni ’80 trasmissioni come “Mr. Fantasy”, “D.O.C.” o “L’orecchiocchio” erano comunque eccezioni alla regola. Avevamo però VideoMusic, poi MTV. Oggi trovi tante belle cose su Rai5, oltre che nelle varie offerte in streaming, e del resto la radio e la televisione tradizionali non sono più “centrali” come una volta, sono molto meno seguite, specie dai giovani. Se mi interesso di altra musica, la trovo facilmente in mille altri posti, non ho bisogno di aspettare la Rai. La parola d’ordine dei media cosiddetti generalisti è “intrattenimento”, oggi più che mai.


Quale è l’ultimo tuo progetto in cantiere?

Un tempo progettavo riviste, libri, trasmissioni radio e molto altro, spinto dalla convinzione che potessero essere rilevanti… e in passato alcuni lo sono anche stati, seppure per una platea di nicchia o di ampia nicchia. Oggi mi sembra che nulla di quello che sono in grado di fare possa più essere rilevante, nemmeno per le nicchie, e quindi mi limito ad andare avanti con il solito impegno ma senza aspettarmi niente. Preferisco vivere nel presente, giorno dopo giorno, senza progettare.


Per chi vuole seguire Federico, oltre che su carta stampata, ma anche su internet, basta accedere al suo blog : https://lultimathule.wordpress.com


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